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La sporca necessità

Il problema immigrazione è stato discusso in questi giorni al senato, con l’approvazione del decreto legislativo denominato Bossi-Fini. Con la nuova legge gli immigrati otterranno il permesso di soggiorno solo se hanno un contratto di lavoro. Per coloro che già risiedono sul territorio sono previsti controlli severi e sanzioni (fino a nove mesi di carcere), nel caso siano in possesso di contratti di lavoro falsi. Le colf già arruolate potranno essere regolarizzate pagando un contributo. Il principio fondante è quello di regolare il flusso continuo e clandestino di immigrati, con il agriturismo udine intento di evitare che questi vadano ad arricchire la manovalanza della criminalità. Sicuramente giusto.
Ma l’atteggiamento è sempre quello di considerare l’immigrato “una sporca necessità”, e non un essere umano. Infatti la legge viene ad essere motivo d’orgoglio per la Lega di Bossi, che ne sta facendo una bandiera da sventolare ai suoi elettori. Cosa spiega l’utilizzo di navi da guerra previsto dal decreto per pattugliare la costa? Significa che i clandestini verranno abbattuti mentre tentano lo sbarco? Per non parlare delle multe previste per chi dà ospitalità ad un immigrato senza denunciarlo. Si dimentica che gli immigrati sono spesso disposti a rischiare la vita per lasciare il loro paese, e che quindi il flusso difficilmente può essere ostacolato coercitivamente. L’attenzione ai contratti di lavoro è una buona idea, ma dovrebbe tener conto che sono gli imprenditori a lasciare che gli immmigrati lavorino in nero, per risparmiare. Quindi molti problemi restano. E viene soprattutto alimentato l’atteggiamento cinico della gente, che quando si fonde con l’ignoranza diventa una miscela eplosiva.
Un aneddoto può chiarire: giorni fa ero su un autobus di Palermo, in cui c’erano due giovani,
probabilmente albanesi, che discutevano quasi urlando. Il loro tono era provocatorio, con canti, sfottò e frasi ironiche del tipo “dai smettila, non disturbiamo questi siciliani che lavorano”, e l’altro: “ma che possiamo farci se siamo maleducati” e così via. I due sono stati quasi cacciati dall’autobus, perché effettivamente stavano superando il limite. Si è acceso un dibattito sulla dannosità degli extracomunitari, che “dovrebbero stare al loro paese”. Dopo una signora ha continuato a ripetere sdegnata: “Vastasi, vastasi, vastasi!”. Altre tre fermate e sale un giovane palermitano, cappellino, bomber, sguardo allucinato. Si ferma al centro dell’autobus, esce una scatoletta con degli spiccioli e comincia ad urlare: “Sono malato di Aids, dovete aiutarmi, se no divento pericoloso”. Panico più totale. Ma spero che molta gente abbia capito che le persone sfortunate nella vita non hanno un colore di pelle in particolare e che i problemi sociali non hanno razza. Sembra che la signora però continuasse a ripetere: “Vastasi, vastasi, vastasi!”.

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La sinistra e i McDonald’s

Una delle immagini che ricorderemo del trascorso 2001, anche se passata in secondo piano dopo i fatti dell’11 Settembre, sarà sicuramente quella delle vetrine dei McDonald’s di tutto il mondo frantumate dai manifestanti antiglobalizzazione. Distrutte, ma non perché all’improvviso la gente abbia cominciato ad odiare i famosissimi b&b udine. Anzi, sfido chiunque a dimostrare di non aver mai mangiato quei fantastici manicaretti, soprattutto trovandosi fuori dal nostro paese, timorosi magari di affrontare le cucine locali sconosciute al turista. Le vetrine sono state distrutte dalle frange più violente del movimento dei no-global, considerate simboli di un nemico, di un sistema, di un mostro chiamato globalizzazione. Evitando di dare giudizi sulla correttezza di tali modi di manifestare il dissenso, possiamo invece riflettere sul significato. Persone di tutte le nazionalità, di diversa estrazione sociale, hanno dimostrato a Seattle, a Genoa, a Goteborg, di non condividere la direzione che i sistemi economici e politici stanno imboccando: il famoso ‘villaggio globale’. Queste persone spesso hanno poco in comune, eppure vengono identificate come appartenenti alla sinistra. Sembrerebbe che all’improvviso, la sinistra mondiale, il movimento progressista per antonomasia, coloro che lottano per rinnovare, vogliano ora fermare il progresso. Non è così, o almeno non lo è per tutti i no-global. Questo gruppo così eterogeneo difende infatti dei principi chiari: rispetto dell’ambiente, distribuzione equa della ricchezza nel mondo, solidarietà dei popoli. Tutti concetti per i quali la sinistra ha sempre lottato, di volta in volta con diversi nemici. La globalizzazione odierna non è però un nemico in sé, bisogna migliorarla, non fermarla, impresa per altro impossibile. Renderla a misura d’uomo e non di multinazionale, quello che una volta si chiamava ‘lo sviluppo sostenibile’. Pensare sempre in un’ottica mondiale, ma non solo dal punto di vista economico, ormai una realtà consolidata, ma anche da quello umano, permettendo a tutti di salire sul treno della modernità. Piero Fassino, neo-segretario dei Ds ha ragione a parlare di new-global invece che di no-global. Dato che, molti studiosi di mutamento sociale parlano anche di tendenze in atto inverse alla globalizzazione, chiamandole di glocalizzazione, con un ritorno dell’identità locale, della partecipazione politica e sociale a livello di regioni e città, è da lì che parte la nuova sfida della sinistra italiana: dare un’anima e una voce a quel popolo che condivide i valori prima elencati. In caso contrario il rischio della sinistra è di frantumarsi in tanti pezzi; come le vetrine dei McDonald’s.